Traffico scarti tessili, 6 arresti

Pubblicato 31 luglio 2019

Prato, traffico illecito di scarti tessili: 6 arresti

Ci sono altri dieci indagati. “Una vera e propria organizzazione che danneggiava anche i titolari delle aziende cinesi che sostenevano dei costi per lo smaltimento regolare”

Sei misure di custodia cautelare dopo l’inchiesta che avrebbe svelato un presunto traffico di rifiuti tessili prodotti da manifatture cinesi delle province di Prato e Pistoia, destinati illecitamente in varie regioni italiane e in Africa. Destinatari dei provvedimenti cautelari – uno in carcere, gli altri ai domiciliari – sono 4 imprenditori di nazionalità italiana e due cinesi. Altre 10 persone risultano indagate. Le indagini, coordinate dalla Dda di Firenze e condotte dalla polizia municipale di Prato, insieme alla polizia provinciale della sezione di polizia giudiziaria, hanno interessato il territorio pratese, la provincia di Pistoia, Rovigo, Mantova e Reggio Emilia.

L’operazione è nata da un’indagine avviata dalla polizia municipale di Prato sulla gestione dei rifiuti prodotti da alcune ditte di confezioni di abbigliamento e pronto moda orientali. Sarebbe emerso non solo che gli incaricati del ritiro, a loro volta cinesi, non erano iscritti all’Albo nazionale dei gestori ambientali ma che ci sarebbe stata, spiega una nota del Comune di Prato, “una vera e propria organizzazione dedita alla gestione illecita di rifiuti anche a scapito dei titolari delle aziende cinesi che sostenevano comunque dei costi per il regolare smaltimento degli stessi”.

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L’inchiesta, coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo e dal pm della Dda fiorentina Leopoldo De Gregorio, e alla quale hanno collaborato anche Agenzia delle Dogane di Livorno e la polizia provinciale della Città Metropolitana di Cagliari, avrebbe poi svelato come i trasporti venivano effettuati, nella maggioranza dei casi, da soggetti che si avvalevano di false iscrizioni all’Albo dei gestori ambientali.

I sacchi neri contenenti gli scarti tessili sarebbero stati poi conferiti in impianti di recupero fittizi, dove, invece di essere sottoposti ai trattamenti previsti dalla legge, venivano “semplicemente privati dell’involucro originario oppure pressati” per ottimizzare la successiva fase di trasporto. Gli stessi potevano poi finire anche abbandonati in capannoni fatiscenti e in disuso, in varie regioni del Nord e centro Italia, all’insaputa molte volte dei proprietari degli immobili: a quest’ultimi veniva pagata solo una prima rata del contratto di locazione trovandosi poi alle prese con soggetti  ‘fantasma’ e magazzini stracolmi di rifiuti.

Fonte: REPUBBLICA


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