Plastic smog, il controllo delle emissioni è l’unica soluzione

Pubblicato 11 settembre 2018

Plastic smog, il controllo delle emissioni è l’unica soluzione

Sulle spiagge, nei sedimenti sui fondi oceanici, disperso nella colonna d’acqua. Un particolato di minuscoli frammenti di plastica è presente in tutti i mari del mondo e ha un nome: Plastic smog

In uno studio di sintesi pubblicato sulla rivista PLOS One, il ricercatore americano Marcus Eriksen e i suoi collaboratori hanno stimato che 5,25 miliardi di miliardi di frammenti di plastica galleggiano alla superficie degli oceani, per un peso complessivo di 270 mila tonnellate. Questi rifiuti galleggianti rappresentano una frazione minima (tra il 2 e il 5%) del totale – tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate – di rifiuti plastici che ogni anno si riversano negli oceani. Il resto sprofonda e si accumula nei canyon sottomarini e ai piedi delle scarpate continentali.

I polimeri plastici sono materiali durevoli, che possono persistere per centinaia o migliaia di anni. A causa dell’esposizione prolungata ai raggi UV e all’azione del moto ondoso, si frammentano in particelle di dimensioni inferiori ai 5 mm, le cosiddette microplastiche. Oltre a queste microplastiche, dette secondarie perché derivanti dalla progressiva frammentazione di rifiuti plastici abbandonati nell’ambiente, nel Plastic smog – nome coniato proprio da Marcus Eriksen – si trovano anche le cosiddette microplastiche primarie, polveri finissime e micro granuli realizzati intenzionalmente per l’utilizzazione in ambito industriale e nell’industria dei cosmetici.

Uno dei pericoli maggiori legati a questi microscopici rifiuti plastici dispersi negli ecosistemi marini è la loro associazione con composti chimici tossici e persistenti capaci di accumularsi nel corpo degli organismi e di subire la biomagnificazione, cioè essere trasmessi da preda a predatore e aumentare di concentrazione man mano che si sale di livello trofico. In alcuni tipi di polimeri plastici sono presenti degli additivi tossici incorporati durante la fabbricazione per migliorarne le proprietà, ad esempio gli ftalati per la malleabilità o i composti bromurati che funzionano come ritardanti di fiamma.

Inoltre, dato l’alto rapporto tra superficie e volume, le microplastiche hanno tendenza a concentrare alla loro superficie vari tipi di contaminanti organici idrofobi disciolti nell’acqua, tra cui idrocarburi aromatici policiclici, policlorobifenili, pesticidi. Alcune di queste sostanze sono cancerogene, altre sono perturbatrici del sistema endocrino. Tutte assieme rappresentano un cocktail di contaminanti che dopo l’ingestione possono dissociarsi dalle microplastiche e passare nei tessuti degli organismi…

(segue)

Fonte: NATIONAL GEOGRAPHIC


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