In Alaska i ghiacciai si sciolgono a velocità impensabile

Pubblicato 30 luglio 2019

In Alaska i ghiacciai si sciolgono a velocità impensabile

Utilizzando una vecchia tecnologia per un nuovo scopo, gli scienziati hanno documentato che i ghiacciai di acqua di marea si riducono 100 volte più velocemente del previsto

Una nuova tecnica per misurare il modo in cui alcuni ghiacciai si sciolgono sotto il livello del mare ha portato a una rivelazione sorprendente: diversi si stanno sciogliendo 100 volte più velocemente rispetto a quanto ipotizzato dagli scienziati.

In un nuovo studio pubblicato su Science, un team di oceanografi e glaciologi ha scoperto qualcosa di completamente nuovo sui ghiacciai di acqua di marea – i ghiacciai che terminano negli oceani – e le loro dinamiche.

“Hanno scoperto che lo scioglimento sta avvenendo a un ritmo sensibilmente diverso rispetto ad alcune supposizioni che avevamo fatto”, dice Twila Moon, glaciologa al National Snow and Ice Data Center alla University of Colorado-Boulder, che non ha preso parte allo studio.

Alcuni di questi distacchi e scioglimenti fanno parte di un normale processo che avviene durante le transizioni stagionali dall’inverno all’estate e nel corso dell’estate. Ma l’aumento delle temperature sta accelerando lo scioglimento dei ghiacciai in tutto il pianeta: sia in superficie che sott’acqua.

I ghiacciai possono estendersi per diverse decine di metri sotto alla superficie, come spiega Ellyn Enderlin, glaciologa alla Boise State University, che non ha preso parte allo studio. Il fatto di aver scoperto un maggior tasso di scioglimento sottomarino significa che “i ghiacciai sono molto più sensibili ai cambiamenti degli oceani rispetto a quanto pensassimo”. Comprendere a fondo il processo di scioglimento e calcolare con precisione quanto ghiaccio si perde è fondamentale per poter pianificare scelte in conseguenza dell’innalzamento del livello del mare.

“Siamo stra-contenti di essere in grado di farlo”, dice il principale autore dello studio David Sutherland, oceanografo all’università dell’Oregon. “Non eravamo sicuri al 100% che avrebbe funzionato”.

Monitorare specifici ghiacciai sul lungo periodo dà agli scienziati – e agli studenti – un’idea di come il cambiamento climatico incida sul loro scioglimento. Gli studenti di scuola superiore della Petersburg High School, vicino alla Baia di Leconte (in Alaska), hanno cominciato a raccogliere dati sul termine del ghiacciaio nel 1983. I loro appunti, che segnalavano l’arretramento del ghiacciaio, hanno messo in allarme gli scienziati della University of Alaska Southeast, stimolando la voglia di capire meglio questo processo.

Una ricerca avventurosa
Sutherland aggiunge che quello di LeConte era un ghiacciaio ideale da studiare perché facilmente accessibile per essere uno di acqua di marea. Realizzato in un ambiente complesso, il progetto ha richiesto una così vasta mole di dati che oceanografi e glaciologi si sono messi al lavoro contemporaneamente sul ghiacciaio per raccoglierli.

Calcolare la rapidità con la quale un ghiacciaio si scioglie comporta più precisione di quanta ne richiederebbe un cubetto di ghiaccio in un bicchiere d’acqua. Perché nel primo caso bisogna sapere quanto velocemente finisce nel fiordo e la proporzione tra quanto ghiaccio si sta sciogliendo e quanto si sta distaccando.

Era “tutto piuttosto semplice nella mia testa, e anche su carta suonava bene” sorride Sutherland. Tuttavia navigare in un fiordo, nel punto in cui il ghiacciaio LeConte si getta nel mare, è già difficile in una giornata di bel tempo. Gli scienziati hanno passato settimane a bordo della loro imbarcazione lavorando 24 ore al giorno, con turni di 12 ore ciascuno.

Le capre di montagna si inerpicavano sulle creste sovrastanti, le balene ogni tanto facevano visita al fiordo e gli uccelli marini si tuffavano in acqua. “Se non hai nostalgia di un clima migliore, è davvero un gran bel posto in cui stare”, dice Sutherland.

Dall’imbarcazione MV Stellar, lunga 25 metri, gli oceanografi hanno condotto delle misurazioni sottomarine con il sonar, simili a quelle utilizzate per misurare le profondità oceaniche. Tuttavia in questo caso, anziché puntare il sonar verso il fondale, lo hanno indirizzato verso la porzione sottomarina del ghiacciaio per ottenere una rilevazione in 3D.

Per poter fare calcoli accurati, a quel punto gli oceanografi dovevano sapere quanto velocemente il sonar viaggiava attraverso le acque del fiordo. E non è finita, aggiunge Sutherland: servivano altri calcoli basilari sulle proprietà dell’acqua come la salinità e la temperatura. Far penzolare dalla barca strumenti super-costosi a volte dava agli scienziati un po’ d’ansia.

I ricercatori hanno ripetuto le loro osservazioni nel corso di due estati, ricavando molte scansioni ogni volta che tornavano.

“Riuscire a scansionare ripetutamente un intero fronte del ghiacciaio nel corso dell’estate non è cosa facile”, dice Eric Rignot, glaciologo all’università della California che non ha preso parte allo studio.

Se c’è troppo ghiaccio in acqua, proprio di fronte al ghiacciaio, “l’imbarcazione non riesce a farsi strada”, dice Rignot. E questo a volte significava che la barca doveva battere in ritirata, mentre gli scienziati incrociavano le dita perché l’equipaggiamento non finisse in acqua… (segue)

Fonte: NATIONAL GEOGRAPHIC


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