I mestieri in estinzione: così muore un po’ di Firenze

Pubblicato 1 agosto 2018

I mestieri in estinzione: così muore un po’ di Firenze

Dalla sarta al calzolaio al restauratore. Ecco i lavori di una volta che nessuno vuole fare più

Firenze, 1 agosto 2018 – Addio ai mestieri di una volta. Intagliatori, incisori, mosaicisti, intrecciatori di paglia, orologiai e ricamatrici sono in via di estinzione. Anche il mondo dei corniciai soffre e stanno svanendo nel nulla fabbri, calderai e calzolai. I pochi che restano sopravvivono con difficoltà e non hanno l’opportunità di passare il testimone alle nuove generazioni, spesso non interessate a imparare il mestiere o a rilevare l’azienda del babbo o del nonno. Dall’indagine del Cna Firenze Metropolitana, realizzata su dati dell’Ufficio statistica della Camera di commercio, nell’ultimo anno risulta una flessione del 5 per cento delle imprese artigiane under 35 su tutto il territorio provinciale e del 4 per cento a Firenze. In una città con un patrimonio artistico inestimabile diminuiscono anche i restauratori. Le attività di conservazione e restauro si sono ridotte nell’ultimo biennio di quasi il 5 per cento. Attualmente sono 240, per un totale di 284 addetti. In via di estinzione anche i calzolai. Alla fine del 1200 erano 4.500. Allora realizzavano calzature, oggi nella gran parte dei casi le riparano, ma più che con il cuoio hanno a che fare con la gomma. Il loro numero si è ridotto negli anni.

Dal 1990 la crisi si è fatta sentire, c’è chi ha chiuso, chi invece è riuscito ad andare avanti. Ma la selezione è stata forte. Secondo i dati dell’Ufficio statistica della Camera di commercio sui dati del Registro Imprese, i negozi che riparano scarpe sono 95 nella città metropolitana e 57 in città. Solo cinque anni fa, nel 2013, erano 99 nell’area metropolitana e 62 a Firenze città. Dieci anni fa se ne contavano 105, di cui 65 nella città di Firenze. Nella zona del Galluzzo, a fine anni Settanta, c’erano cinque botteghe di calzolai. Oggi ne è rimasta solo una. Un mestiere, come altri artigianali, che sta vivendo un progressivo quanto inesorabile declino. Alle poche botteghe di fiorentini doc, che tramandano il mestiere di padre in figlio portando avanti con orgoglio la tradizione da tre o quattro generazioni, si sono affiancati i calzolai stranieri. Come i cinesi, che non riparano solo calzature, ma anche borse, zaini, cinturini di orologi, e i peruviani, che hanno imparato a riparare le scarpe nel loro paese. E’ un mestiere difficile, per il quale serve passione, e che, se sopravvive, è per due ragioni. La crisi ha insegnato alle persone a riparare, più che a buttare, e i calzolai hanno imparato a diversificare.

Non riparano solo scarpe, ma anche borse e capi in pelle e hanno capito che del web non si può fare a meno. Lorenzo Tutone, calzolaio da trent’anni, alla terza generazione, ripara calzature, ma anche vestiti e giubbotti, e affila forbici e coltelli. Ha imparato a promuovere la qualità e il servizio anche online, ha vinto l’appalto (si è presentato solo lui) per riparare le scarpe degli allievi della scuola marescialli di viale XI agosto. Paolo Ermini, della Clinica della scarpa, l’unico calzolaio rimasto al Galluzzo, è apprezzato a tal punto che gli viene richiesto di riparare gli ombrelli. Lui, che fa il mestiere dal 1979, preferisce però realizzare bretelle, borse di cuoio e cambiare i carri armati rovinati delle scarpe da trekking. Creatività e innovazione, dunque, che, se accompagnate alla qualità, sono ancora sinonimo di successo.

Fonte: LA NAZIONE


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